lunedì 17 luglio 2017

BUONA ESTATE!

Per il solo periodo estivo, Cronache Aquinati sospende le sue pubblicazioni, che riprenderanno agli inizi di settembre 2017.
Intanto rivolgiamo un cordiale ringraziamento a tutti gli affezionati lettori e collaboratori del blog.
Invitiamo gli interessati a inviarci, nel frattempo, i loro scritti, in modo da averli pronti per la “ripartenza” di Cronache Aquinati.
BUONA ESTATE

venerdì 14 luglio 2017

LA MIA SCUOLA ELEMENTARE di Camillo Marino

La sede delle scuole elementari, all’inizio degli anni Cinquanta (XX secolo), era situata in un edificio dell’ICIAP. Per la generazione di scolari della mia età si poteva ritenere buona fortuna “vivere” l’anno scolastico in una casa popolare. Le pubbliche autorità, alle prese con la difficile opera di ricostruzione del dopoguerra, cercavano di risolvere, come potevano, gli innumerevoli e gravosi problemi della gente. Frequentavo la scuola elementare ubicata nel centro storico, nella via principale del paese.  Oggi quell’edificio è ancora lì occupato da alcune famiglie. Molti ricordi sono ancora bene impressi nella mia mente: il primo maestro, la prima bacchettata, il primo rimprovero, l’apprensione dei miei genitori per la mia irrequietezza.
Vedo gli scolari di oggi frequentare l’attuale edificio delle scuole elementari, costruito in modo razionale, concepito a ricevere una numerosa popolazione scolastica e, soprattutto, al passo coi tempi, munito di riscaldamento centralizzato, aule ampie e luminose, servizi igienici adeguati, moderna palestra, spazioso cortile.
La “nostra” scuola non era dotata di tali servizi. Aule strette ospitavano classi con un numero elevato di alunni. Il riscaldamento consisteva in un piccolo braciere o in una modesta stufa a legna, non certo sufficienti a soddisfare le nostre esigenze.
Un ricordo molto vivo nella mia memoria è quello relativo ai momenti che trascorrevamo al mattino prima dell’inizio delle lezioni. Ci radunavamo nel piccolo cortile della scuola e praticavamo un gioco, la guerra francese, che gli scolari di oggi nemmeno conoscono. Due squadre formate da alcuni elementi si fronteggiavano in una sfida che consisteva nel rincorrersi e nel non cadere prigionieri degli avversari, godendo della difesa dei componenti della propria squadra.
Altri giochi molto praticati erano quelli con le palline di vetro o quello delle figurine dei calciatori, miti di allora: Ghiggia, Schiaffino, Boniperti, Nhordall, e fra i ciclisti: Coppi, Bartali, Magni, Koblet, Bobet. Il gioco con vere monete, detto della “reta”, raramente veniva praticato in ambito scolastico…
Oggi tutto è cambiato. I giovani entrano nei bar per dare vita ad una partita elettronica con i video games in linea coi tempi che viviamo.

 
 

domenica 9 luglio 2017

TERSITE di Peppe Murro

Il campo dei Greci a Troia è un paese.
Ci sono i potenti, ricchi di prede e di sangue, grassi tronfi e arroganti come chiunque abbia il potere e goda della sopraffazione… stanno lì, seduti in attesa dell’ossequio e dell’inchino, pronti alla derisione ed allo sfregio, sempre inclini a colpire e ferire. Conoscono bene la natura umana e col bastone governano il gregge.
Poi ci sono gli affamati, quelli che sognano di essere eroi e di arrivare al cielo della gloria o più semplicemente di sostituire i potenti… si inebriano di battaglie e di vittorie, poco importa di quante morti sia disseminata la loro carriera, su quanti cadaveri di amici o nemici debbano passare. Vogliono il potere e quest’ansia è il loro vero e unico blasone, la sola ragione della vita.
Ci sono, infine, quelli che non contano, docile umanità a disposizione del consumo degli altri, pronti a servire o a farsi macellare da guerra e fatiche… purché il padrone di turno getti loro ogni tanto un avanzo, finga un mezzo favore, accenni la promozione di un mezzo sorriso.
Ma la figura più alta e più rappresentativa resta sempre lui: Tersite, vero Greco tra i Greci, immagine fulgida di ogni loro vizio. Sempre disponibile all’ossequio fino a prostrarsi, purché si veda che è in compagnia di chi conta, si esibisce in oracoli e dotte citazioni ripetendo Nestore e Calcante, sperando di superarli; vile impareggiabile che si nasconde in ogni battaglia pur avendo ricchezza di consigli per ogni guerriero e pronto ad attribuirsi, ma con modestia, ogni vittoria; consolatore partecipe di ogni pena, soprattutto con ancelle e nipoti sopra il loro vuoto talamo.
È ricco di parole, il buon Tersite, da quelle sussurrate alle fanciulle abbandonate a quelle declamate nei consessi ad esaltazione dei suoi protettori, sempre pronto a mostrarsi, sempre pronto a defilarsi. Ha il coraggio della viltà e l’ipocrisia delle anime feroci: prodigo come nessuno ad insinuare e consigliare, e sempre pronto a celarsi nell’ombra. Come dice il poeta, ha l’anima deforme come il corpo, è la mano che spinge la mano col pugnale, sempre nascosta, sempre innocente e nobile davanti al pubblico. Questo teatrante…
Un colpo di tosse spezzò la voce rauca, mentre le dita si allargavano facendo cadere il mozzicone dell’eterna sigaretta. Come se si accorgesse solo ora di aver parlato troppo fece un largo respiro:
Sì, il paese è come il campo dei Greci a Troia. Il paese, questo paese.
Un altro colpo di tosse, più violento.
Ci guardò col suo mezzo sorriso intriso di ironia e di una distaccata rassegnazione.
Io guardavo le sue dita con le unghie abbrunite dal fumo e mi chiedevo quanto doveva conoscere la vita e le persone per essere così disincantato e amaro.
Beh, uagliù, mo’ iatevenne che ho da fare… si accomodò sulla sedia, accavallò le gambe e chiuse gli occhi di fronte all’ultimo sole.
“Ciao, Mimì… ciao maestro Mimì…”  

mercoledì 5 luglio 2017

SAN TOMMASO ALLA CORTE DI LUIGI IX di Tommaso di Brango

L’ambasciatore dei veneziani faceva un rumore d’inferno. Affondava debolmente il cucchiaio di legno nel piatto di minestra e, dopo averlo portato alla bocca, iniziava a succhiare l’acqua calda come se dovesse assaggiare un chicco per volta. Sembrava il cigolio che fanno le ruote dei carri quando non vengono cambiate per troppo tempo.
Il principe ereditario lo guardava con un certo disgusto e si rivolgeva al padre parlandogli all’orecchio e mettendo le mani davanti alla bocca. Nessuno di noi seppe mai cosa gli stesse dicendo, ma il fatto che il Re rispondesse stringendo le spalle e abbassando leggermente il mento verso destra ci fa capire che, con tutta probabilità, non si doveva trattare di giudizi lusinghieri. Alla sua sinistra c’erano il rettore dell’Università di Parigi e alcuni professori che parlottavano tra loro, forse per coprire il suono prodotto dall’ambasciatore.
Gettai uno sguardo alle mura della stanza e pensai che mi aspettavo maggior sfarzo nella dimora del Re di Francia. Certo, ci trovavamo in un castello: ma qualche ornamento alle finestre avrebbe pure potuto mettercelo Re Luigi! E anche il tavolo poteva non essere semplicemente un lungo pezzo di legno con un panno disteso sopra!
D’un tratto la porta del salone si aprì ed entrarono le maestranze per portare il secondo piatto. Non sapevano che l’ambasciatore doveva ancora finire di degustare i chicchi della minestra. Prima che chiunque tra loro potesse parlare, però, si udì un tonfo all’interno della stanza.
Il tutto durò un solo istante, ma nella mia memoria appare dilatato, come se il tempo si fosse improvvisamente bloccato. Fu un rumore netto, come un bove che cade su un asse di legno e lo travolge. L’ambasciatore si sporcò con la minestra, il Re e suo figlio rivolsero lo sguardo alla loro destra, il rettore e i professori parvero aver accumulato in faccia tutto il sangue che avevano in corpo.
«È chiaro! Ma che dico: è chiarissimo!» fece frate Tommaso con il pugno ancora sul tavolo e incurante dello sguardo altrui. Poi si voltò verso sinistra e, rendendosi conto dell’accaduto, serrò le labbra e abbassò lo sguardo. Il rettore, che lo guardava carico d’odio e imbarazzo, si rivolse al Re con le sopracciglia appena inarcate, come chi sta per chiedere scusa.
Luigi IX però era uomo di grande intelligenza e santità e lo fermò toccandogli l’avambraccio con la mano destra. Dopodiché si alzò e, sotto lo sguardo interrogativo di tutti, andò a sedersi accanto a Tommaso che rimaneva con gli occhi fissi al piatto di minestra.
«Ditemi, su cosa riflettevate?»
«Sulla dottrina manichea Sire. Forse ho trovato il modo di confutarla e mi sono fatto prendere dall’entusiasmo. Perdonatemi.»
Il Re fece un sorriso con la parte destra della bocca. «Perdonatemi voi, Tommaso, se non vi ho messo a disposizione un ambiente adeguatamente silenzioso e accogliente. Comunque ditemi: in cosa cede la dottrina manichea a vostro avviso?».
Trascorsero il resto della serata a discorrere di simili questioni.

venerdì 30 giugno 2017

DON BATTISTA COLAFRANCESCO: UNA VITA DEDICATA AD AQUINO (A quindici anni dalla sua scomparsa) di Gianni Dorefice

Originario di Rocca d’Arce, dove nacque il 24 gennaio del 1911, iniziò i suoi studi primari nel seminario diocesano  di Aquino, in cui tornò a 22 anni nel 1933  per essere ordinato sacerdote e nel contempo assunse il ruolo di rettore dello stesso seminario.
Negli anni Trenta fondò una filodrammatica “ Religione e Patria”, la Schola Cantorum “ S. Caecilia”  e, soprattutto, l’Azione Cattolica, che in quegli anni difficili esercitava un ruolo educativo e politico di primo piano!
Scoppiata la II guerra mondiale, assistette alla distruzione pressoché totale del suo amato paese, così dal giugno del 1944 cominciò la sua opera di ricostruzione morale, civile e religiosa.
Nel 1947 si laureò in Lettere all’Università di Roma e fu nominato arciprete della Cattedrale di Aquino.  Come sede della Cattedrale, a causa della distruzione della chiesa del ‘700 situata in piazza, dove ora si erge il monumento alla Madonna, fu utilizzata la Chiesa della Madonna della Libera (sec. XII).
Nel 1950 fu ricostruito il seminario diocesano che ospitò prima la scuola elementare e poi divenne la sede della scuola media!  Nel salone ricavato al pianterreno dell’edificio don Battista ebbe la lungimirante idea di realizzare una sala cinematografica (una delle prime nel nostro territorio); fu questa per la popolazione, ma soprattutto per noi giovani, un luogo di svago, ma anche una finestra culturale aperta sul mondo, per altri versi a noi sconosciuto!
Negli anni  Cinquanta - Sessanta  si dedicò alla ricostruzione della Cattedrale che volle nello spazio antistante la cosiddetta Piazza Pelagalli, precedentemente adibito a campo boario.  La nuova chiesa, dedicata a S. Costanzo e S. Tommaso d’Aquino, (progettata dall’arch.  Giuseppe Breccia-Fratadocchi, lo stesso che aveva lavorato alla ricostruzione della Basilica di Montecassino), fu inaugurata con grandi festeggiamenti nel 1963.
Nel frattempo realizzò un asilo infantile, tuttora attivo, e una sala cinematografica “Sala Giovenale” che ospitò negli anni moltissime celebrazioni ed attività culturali, tra le quali emerse il Premio San Tommaso che nel 1992 vide la partecipazione del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.
La sua azione instancabile e, potrei dire, tutta la sua tenacia  la dimostrò nella preparazione del VII Centenario della morte di S. Tommaso d’Aquino. Si partì nel 1969 con la fondazione del periodico mensile “La Voce di Aquino”, giornale quasi interamente finanziato direttamente da Don Battista di cui fu il direttore.  La Voce fu per tanti giovani aquinati, compreso il sottoscritto, una palestra culturale che vide coinvolti molti intellettuali del territorio e non solo!
L’apice delle celebrazioni si ebbe nel 1974  con l’inaugurazione del monumento a S. Tommaso, opera del Biancini, fortemente valorizzato il 14 settembre in occasione della  visita di Papa Paolo VI!
Don Battista si è dedicato nel corso degli anni alla pubblicazione di diversi libri di cui ricordiamo: Il Sole di Aquino, l’Aquinate,  Aquino cinquant’anni (1933-1993) , La Chiesa della Madonna della Libera.
Ha concluso la sua esistenza terrena presso l’ospedale di Cassino il Primo luglio 2002, ma continua a vivere nella testimonianza delle sue opere e nella memoria di tutti gli Aquinati che hanno avuto il dono di conoscerlo!

martedì 27 giugno 2017

TOMMASO E MARGHERITA di Costantino Jadecola

C’è uno dei d’Aquino, Tommaso, conte di Acerra, omonimo di colui il quale sarebbe poi diventato “il più santo fra i dotti, il più dotto fra i santi”, altrimenti noto come l’Aquinate, il quale, nel contesto dell’espansione dei possedimenti di famiglia fino in Puglia convolò a giuste nozze con una nobile di nome Margherita il cui casato prendeva il titolo da Ugento.
Questo collegamento fra Aquino ed Ugento, emerso all’incirca quattro anni or sono, quando mons. Gerardo Antonazzo, già vicario di quella di Ugento-Santa Maria di Leuca, prese possesso della nostra diocesi, al di là dell’aspetto prettamente religioso costituì l’occasione per mettere in evidenza antichi e poco conosciuti legami fra due realtà territoriali che, seppur distanti tra loro in termini di spazio, hanno tuttavia un comun denominatore nell’antica e potente famiglia che da Aquino prende il nome e che ebbe un ruolo significativo nell’Italia centro meridionale al tempo in cui essa fu in auge.
Emerge, in questo contesto, la figura di Ottolina, la famosa prozia di San Tommaso che, tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo, insieme a Maria dell’Isola, avrebbe voluto la costruzione ad Aquino della chiesa dedicata alla Madonna della Libera.
Ma perché? Perché proprio Ottolina, o Oddolina, come scrive qualcuno, sarebbe la madre del nostro Tommaso, conte di Acerra, il quale, oltretutto, e sarebbe un altro motivo di cui andare orgogliosi, a detta di padre Angelo Walz o.p. (Luoghi di San Tommaso, p. 24), potrebbe essere stato addirittura il padrino del futuro Santo dal momento che, quando l’Aquinate venne battezzato, pare fosse “l’esponente maggiore dei d’Aquino d’allora”.
Districarsi nel ginepraio di nomi che costituiscono l’albero genealogico della famiglia dei conti Aquinati è impresa non facile. Possiamo tuttavia affermare che il Tommaso cui ci riferiamo era figlio, oltre che della già ricordata Ottolina, di uno dei tanti Adenolfo, per l’esattezza Adenolfo “de Albeto” (Alvito), ed era dunque nipote di Landolfo, anche lui “de Albeto”, che tenne dapprima in servitio i feudi di Alvito, Campoli Appennino e la quarta parte di Aquino e fu poi feudatario in capite dei feudi di Settefrati e dell’ottava parte di Aquino.
Nato presumibilmente intorno al 1185, Tommaso conte di Acerra fu una figura di rilievo dell’entourage di Federico II di Svevia con il quale era entrato in contatto sin dal 18 marzo 1212 quando lo aveva accolto a Gaeta durante il viaggio del giovane Hohenstaufen  verso la Germania.
Diversi anni dopo, in occasione dell’incoronazione romana di Federico, il 22 novembre 1220, Tommaso venne investito della contea di Acerra, che era già appartenuta alla sua famiglia, nonché dei feudi di Montella e di Nusco; quindi, il 1o gennaio 1221 subentra a Landolfo “de Albeto” nella carica di capitano e maestro giustiziere di Terra di Lavoro e di “Apulia”: l’occasione, se si vuole, per incontrare Margherita e farla sua sposa. Sempre piuttosto vicino all’imperatore, fu fra coloro che condussero le trattative culminate con la cosiddetta pace di San Germano (20 luglio 1230, secondo alcune fonti, 23 luglio 1230, secondo altre) fra Federico II di Svevia e papa Gregorio IX, pace poi poi perfezionata a Ceprano il successivo 28 agosto, con lo scioglimento di Federico II dalla scomunica.
Quanto al matrimonio fra Tommaso, che fra l’altro fu anche Capitano Generale del Regno di Sicilia, e Margherita, però, non tutti sono convinti che le cose siano andate proprio così come le si è raccontate.
Padre Angelo Walz, ad esempio, ritiene che a prendere in sposa Margherita sarebbe stato non Tommaso I ma un suo nipote, pure lui chiamato Tommaso (II). E la stessa cosa scrive Agostino Toso (Thomas de Aquino, p. 24).
Di diversa opinione, e dunque in linea con l’ipotesi più accreditata, cioè quella secondo la quale fu Tommaso I a prendere in moglie “Margherita di Ogento” sono il prof. Francesco Scandone (Per la controversia sul luogo di nascita di S. Tommaso d’Aquino, p. 28) ed il prof. Errico Cuozzo autore di una biografia di Tommaso I per l’Enciclopedia fridericiana, un’opera tematica interamente incentrata sulla figura e la vicenda storica di Federico II di Svevia e del suo ambiente, edita dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
Comunque siano andate le cose, sembra non ci siano dubbi sul fatto che un matrimonio ci sia stato fra un signore della stirpe dei d’Aquino ed una nobildonna di Ugento la quale, aspetto non di secondaria importanza, sarebbe stata la figlia naturale di Federico II e dunque sorella di re Manfredi.
Prendendo comunque per buona l’ipotesi dell’unione fra Tommaso I conte di Acerra e Margherita, è doveroso precisare che dalla coppia nacquero almeno tre figli: Adenolfo III, capitano generale delle truppe imperiali in Lombardia, che prese in moglie Gubitosa di Laurito (contessa di Loreto), Landolfo, che possedeva feudi in Terra d’Otranto e Gubitosa che si fece monaca.
Tommaso, conte di Acerra, morì il 27 febbraio 1251.

venerdì 23 giugno 2017

IL PITTORE DEI RICORDI di Paolo Secondini

Sebbene passino gli anni e il tempo distenda un velo di oblio sui vari momenti della nostra vita, resta nitido nella memoria almeno un evento, o una persona, di cui serberemo un ricordo indelebile, come qualcosa di sempre presente ai nostri occhi.
Io, per esempio, ho ancora viva dentro di me la figura di mio nonno, che ebbi modo di amare e di apprezzare nella mia adolescenza.
Era alto, magro, gentile nell’aspetto e nobile nel portamento. Lo rivedo, come mi fosse davanti, seduto in giardino, d’estate, all’ombra dei glicini odorosi; lo rivedo nella sua posizione abituale: immobile, le braccia conserte, la testa china sul petto, lo sguardo fisso in un punto indefinito.   A volte, avvicinandomi a lui, domandavo:
«Nonno, a che pensi?»
Quasi sempre non mi rispondeva; si limitava a guardarmi con lieve sorriso. Poi, incurante della mia presenza, tornava a fissare un punto impreciso nel giardino, come a riprendere un’attività dalla quale era stato interrotto.
Chissà che ricordi, in quell’istante, ne attraversavano la mente!
Di sicuro non brutti, se a tratti ammiccava coi piccoli occhi castani come gioisse interiormente: forse ricordi di luoghi, persone ed esperienze vissute in lunghi ottant’anni.
Ma più ancora rivedo mio nonno nella sua stanza, seduto vicino alla finestra, dinanzi a un cavalletto improvvisato: una sedia di paglia con sopra una tela o un piccolo foglio di compensato. Egli aveva una grande passione per la pittura.
Io non so chi gli avesse insegnato quell’arte, forse nessuno, come nessuno l’ha insegnata a me, avendola appresa naturalmente, osservando mio nonno dipingere con dedizione.
Ricordo che accoccolato ai piedi del vecchio restavo, tutto il tempo in cui pitturava, ad ammirar le persone, gli animali, gli alberi, i cieli che scaturivano, come per incanto, dal suo pennello. Seguivo col fiato sospeso i lenti movimenti della sua mano, mentre indugiava su un petalo, un labbro, una ciocca di capelli, un sopracciglio, che a poco a poco acquistavano corpo, delineandosi, in una calda vivezza di luce, in una ricca gradazione di tinte pastose e trasparenti.
Posso affermare, senza ombra di dubbio, che quelle persone, quegli animali, quegli alberi, quei cieli erano espressi con stile realistico, assai caro a molti pittori che ancora ritengono l’arte imitazione o, per dirla con Sciltian, “illusione della realtà”.
Mi stupisce come mio nonno raffigurasse in modo davvero impeccabile – senza sproporzioni nelle forme, né incertezze nell’uso dei colori – contadini, vecchie, pastori, animali, non avendo davanti alcun modello, alcuna immagine cui ispirarsi.
Da dove gli veniva quella maestria, quella grande armonia delle linee, quella perfetta fusione di luci e ombre, quella soave morbidezza di colori?
Io credo di saperlo.
Gli veniva non già dalla sua fantasia, per quanto fervida e calda, ma dall’aderenza a un mondo reale: mondo puro e sereno, popolato di cose e uomini vivi, sebbene di un tempo scomparso.

lunedì 19 giugno 2017

GLIU ZINZERE di Camillo Marino

Il 2 febbraio 1956, giorno della Candelora, fu una giornata indimenticabile, specialmente per i ragazzi di allora.
Eravamo a scuola quando cominciò a cadere una neve fitta e copiosa. Fu l’inizio d’una nevicata senza precedenti, che durò circa un mese. La neve caduta raggiunse una misura considerevole, prossima al metro.
Erano altri tempi! Il benessere d’oggi, malgrado il momento di congiuntura, era allora una meta ben lontana, difficile da raggiungere.
Le famiglie più fortunate si scaldavano al fuoco del camino a legna. Molti, invece, facevano ricorso al modesto braciere. Oggi il braciere è diventato un oggetto decorativo: lo si vede sovente, nelle case, adibito a fioriera.
Come pure è fuori uso lo scaldaletto, oggetto divenuto anacronistico, e anch’esso destinato, per civetteria, ad abbellire le abitazioni.
Ma torniamo alla memorabile nevicata del ’56.  Le scuole rimasero chiuse per molti giorni. Noi ragazzi il freddo, quasi, non lo sentivamo.
L’appuntamento quotidiano era fissato in piazza o nelle strade più note e facilmente transitabili del paese, per darci battaglia con le palle di neve.
Accadeva di frequente che per scaldarci le mani facevamo ricorso agliu zinzere.
Ma che cos’era gliu zinzere? Con questo termine dialettale solevamo indicare l’incensiere, ovvero quell’oggetto in uso nelle chiese, durante lo svolgimento di messe o altre funzioni religiose, dentro il quale bruciava l’incenso necessario ai riti medesimi. Più precisamente si tratta di un piccolo recipiente metallico a forma di coppa o calice con coperchio legato a delle catenelle che lo fanno muovere nel momento in cui il celebrante sparge l’incenso. Io, come molti miei coetanei, avevo appreso il modo assai originale di scaldare le mani dalle generazioni di ragazzi che ci avevano preceduto.
Un semplice barattolo di quelli che conservano, ad esempio, i pelati o i fagioli, qualche foro sul fondo o sulle pareti dello stesso, un filo di ferro o spago usato per dare il movimento necessario a tener vivo il fuoco sottratto a qualche braciere o camino.
Si costruiva così gliu zinzere! Era un efficace, ingenuo espediente per proteggerci le mani dal freddo pungente di quel terribile inverno. Intanto, giorno dopo giorno, si aggiungeva neve ad altra neve. Un paesaggio da fiaba, quasi irreale, ci accompagnò per lunghissimo tempo.
Non di rado accadeva dare una mano ai grandi: spalare la neve vicino agli usci delle case, o alleggerire i tetti che si erano appesantiti a dismisura e destavano qualche preoccupazione.
Quello che ad altri poteva sembrare un immane fatica, a noi ragazzi pareva un fantastico gioco, un modo non poco entusiasmante per fare gruppo e divertirci spensieratamente. Ignoravamo totalmente la disastrosa situazione di molte persone che, non potendo svolgere la loro abituale attività di lavoro, non percepivano più il salario, oppure di quelli che, lavorando la terra, erano costretti a rinunciare alle colture, alle loro consuete produzioni.
Non potevamo essere coscienti di tanta precarietà. Come si poteva esserlo a poco più di dieci anni di età? Ma, oggettivamente, la situazione, con il passare dei giorni, con nuove nevicate, era divenuta pesante, quasi insopportabile.
Nella mia memoria si sono alquanto sbiaditi o del tutto cancellati altri momenti di quelle giornate vissute tanto intensamente, con fanciullesca allegria ma con l’angoscia e la preoccupazione di tante persone adulte. IL sole portò via la neve. Le braccia di molti ripresero le attività di sempre. Ritornò finalmente l’ottimismo e gli zinzere sparirono… almeno fino all’inverno seguente.

 

sabato 17 giugno 2017

A PROPOSITO DI “AQUINATES” di Gianni Dorefice

Leggere e ricordare soprannomi e curiosi nomignoli ci riporta con la mente a stagioni passate e a personaggi realmente esistiti, che hanno popolato e caratterizzato le contrade del nostro paese, ma nello stesso tempo anche la nostra esistenza giovanile, vissuta in un ambiente, forse ingenuo, ma ricco di sentimenti genuini.
Questo il mio piccolo contributo, ma di certo la ricerca potrà essere arricchita da altri, in quanto ogni contrada può annoverare nomi e soprannomi tipici del luogo.
Panunte, Pallone, Palline, Scoppettata, Ciccarone, Caprileie, Perriglie, Pezzanire, Viccione, Mirena, Surgella, Geselave, Paccone, Zumpitte, Collacciane, Caine, Petterusce, Piscitte, Piscione, Cacone, Titta, Tittone, Taviucce, Tattazzinna, Fuchetta, Cuscine, Nuritte, Patana, Ciammarucare, Capricce, Caporale, Cipollitte, Coareglie, Chiuvitte, Capedentrondola, Parigina, Cupidde, Stracinapagne, Cuncettella, Raimucce, Maciuleie, Miciotte, Migliarde, Melone, Meliucce, Matarezze, Mo’ semore, Meddiucce Rachele.
Seguono alcune sfiziose denominazioni onomatopeiche:
Mangiante, Mangiabene, Mangiaterra, Magnaosse, Mangiagalline.
Culapisce, Culepanne, Culecricche, Senzacule, Pezzancule.
Alcuni di questi “nomi” sono stati già citati da Peppe Murro ma riportati per motivo di assonanza.

martedì 13 giugno 2017

AQUINATES di Peppe Murro


Galosc, Sciabbecch, Zirichitt, Paperott, Senzacul, Scacat, Pelus, Ciarceglie, Mangiacagline, Napoleone, Pirulin, Popov, Zazzott, Ndindiglie, Spavent, Pataccon, Zupp’lone, Cazzirr, Palletta, Pallina, Cuzzone, Pallunera, Mastriglie, Rucchitt, Margiott, Pippareglie, Nasecan, Scuperchiacanal, Pullastreglie, Ntaccateglie, Bambuletta, Pitazz, Cicch’fracc, Gl’ass, Cicquett, Zuzerellon, Muscitt, Pizzètta, Spanzat, Zizzì, Battent, Pantaneglie, Pip’leglie, Cappellacc, Chiss d’zilla, Muss d porc, Sor cipolla, Gliu ramar, Bubbù, Slim, Zannona, Purchitt, Jonz, Nicussina, Patanella, Renò, Pir roscia, Mo’memore, Fezzetta, Chiss musscitt, Piruccheglie, Scarpaleggia, Mignogn’l, Chiss girella, Birbosc, Taranteglie, Pappucc, Zucculitt, Piparol, Bobbò, Babbà, Bebbé, Carn’secca, Badoglie, Cul’pane, Crapilott, Picozz, Scanbirr, Spacchitt, Piceppa, M’zzone, M’buccitt, Mill’lire, Furmicone, Surdon, Furmeteglie, Cicchett, Mattott, Ciunniglie, Pechereglie, Magnaoss, Cannitozza, Cianfrana, Senza nas, Cap’n’trontoglie, Minicareglie, Paulineglie…
Così si sono sempre chiamati gli aquinati, in modo ironico, descrittivo, talvolta irriverente e sarcastico, ma sempre puntuale ed efficace per una mappatura dell’umanità del nostro paese. E forse varrebbe anche la pena di farne uno studio. Uno stradario umano di allora, una sorta di navigatore pre-moderno; e se c’è un modo di capire il carattere di una comunità, è andare a guardare i soprannomi: lì si rivela la natura dei rapporti umani, specie in provincia; e si scopre, al di là dello sghignazzo e di un talvolta irriducibile sorriso beffardo, il legame profondo tra le persone. Ma dietro i soprannomi c’erano persone reali e il calore mai negato dei rapporti, cosa un po’ più vera dei “mi piace” o dei “condividi” e infinitamente più autentica delle “amicizie” dei “social” attuali.

(Grazie per la collaborazione a Paulineglie - 7.6.17)

 

sabato 10 giugno 2017

15 FEBBRAIO 1944 di Tommaso Di Brango

Il grosso dell’inverno se n’era andato ma il freddo restava. Mai come quell’anno ho atteso l’arrivo della bella stagione. Le case della contrada erano state occupate dai tedeschi e noi tutti ci eravamo nascosti nelle grotte circostanti. Appiccavamo il fuoco: ma sempre freddo era.
Durante la notte non avevo dormito benissimo. Mi ero svegliato tre o quattro volte e ogni volta avevo faticato non poco per riprendere sonno. Quando avevo poggiato il capo mi si era messa in testa la scena di una casa in macerie e questo pensiero mi aveva tolto l’animo di dormire. Chissà se è vero che alcuni sogni predicono il futuro.
Sta di fatto che, alzandomi dal giaciglio di foglie dove avevo passato la notte, cercai la mano di mio padre. Da quando avevano invaso le Valli non avevo più detto una parola: riuscivo solo a cercare la mano di papà. Qualche anno dopo il medico che mi ha fatto fare riabilitazione mi ha detto che mi aveva preso un trauma perché mia madre non era più uscita dalla polvere. Aveva tirato un piatto in testa a un tedesco e loro l’avevano fucilata.
Papà mi diede la mano sinistra e, con la destra, mi carezzò i capelli. D’un tratto, però, sentimmo il volo di un aereo e, subito dopo, un boato in lontananza. Di lì a poco ne seguì un altro, e poi un altro e un altro ancora.
Ci affacciammo dalla grotta e vedemmo Montecassino in fiamme. Papà scambiò alcune parole con gli altri contradaioli nascosti nella grotta. Fortuna che non erano per noi, disse qualcuno.  

mercoledì 7 giugno 2017

VIA SAN COSTANZO CINQUANT’ANNI FA di Rita Di Sotto

Chiunque percorra oggi via San Costanzo, la strada che dalla piazzetta dei Conti d’Aquino scende verso l’ingresso del Parco del Vallone, per poi risalire fino alla “fontanina”, incontrerà, se è fortunato, una o due persone. Le famiglie che infatti risiedono in quella via sono poche. La vita vi scorre tranquilla, silenziosa, e difficilmente si riesce a immaginare come un tempo potesse essere diversa.
In quella via, circa cinquant’anni fa, ho trascorso gran parte della mia infanzia, dal momento che i miei nonni paterni vi possedevano una casa che oggi non esiste più.
È ancora vivo nei miei ricordi il trambusto quotidiano esistente in via San Costanzo affollata di gente: gente che lì abitava o arrivava da altre zone di Aquino o dalla campagna, essendo quel borgo ricco di botteghe.
Proprio all’inizio di esso, nella piazzetta dei Conti d’Aquino, vi era la bottega di un fabbro, in cui risuonava il martello che picchiava sul ferro arroventato per dargli forma.
Man mano che si scendeva nella via, si incontravano i venditori di uova e di pollame, il cui verso e battere d’ali producevano un certo frastuono che metteva allegria; il ciabattino, che dalla mattina alla sera era chino sopra il suo tavolo a conficcare chiodi o ad incollare suole.
In quegli anni le scarpe non si buttavano via tanto facilmente: dovevano durare fino a che non era possibile più ripararle. Ragion per cui, davanti alla bottega del ciabattino vi era sempre della gente, per lo più proveniente dalla campagna. In quella stessa bottega, all’occorrenza, si facevano anche riparazioni ai vestiti o addirittura se ne confezionavano di nuovi.
Più giù del ciabattino, vi era la venditrice di sapone e varichina, e nessun negozio sembrava più indovinato del suo, visto che molte donne si recavano ogni giorno a lavare i panni al vicino lavatoio.
Alla fine della discesa di via San Costanzo si trovava il mulino a pietra, che veniva alimentato dalle acque della cascata della “forma”, proprio subito dopo il lavatoio. Anche da una distanza considerevole si poteva sentire il frastuono prodotto dalle macine; e man mano che ci si avvicinava al mulino era difficile farsi ascoltare, perfino alzando la voce.
Vi era quindi la bottega del falegname, davanti alla quale, tutte le mattine, venivano esposti i vari manufatti. Non era raro che appoggiate presso l’uscio vi fossero anche delle casse da morto, quasi a voler invogliare i passanti a comprarle.
Un’altra bottega di fabbro era situata all’inizio della salita che conduceva alla “fontanina”; a metà della salita, poi, vi era un negozietto di generi di prima necessità. Vi si trovava un po’ di tutto: dalla pasta e dallo zucchero, venduti sfusi, agli articoli di cancelleria, tra cui i quaderni scolastici dalla copertina nera e dai fogli bordati di rosso.
E dulcis in fundo, quasi nella porta accanto, per la gioia di noi ragazzi, abitava il venditore di lupini e castagne secche, una vera leccornia a quei tempi in cui ci si accontentava di poco.
Questa è la via San Costanzo che io ricordo: una via piena di vita e di attività, in cui le donne sedevano spesso sull’uscio di casa a rammendare, a ricamare, a svolgere varie mansioni domestiche e quotidiane o semplicemente a chiacchierare tra loro, in cui le porte di casa si spalancavano al mattino per essere chiuse a tarda sera. Ricordo soprattutto i tanti ragazzi che assieme a me giocavano in quella via, correndo su e giù, felici soprattutto di stare in compagnia gli uni degli altri.

lunedì 5 giugno 2017

ROCCO E L’AMIGDALA di Costantino Jadecola

Dalla Befana fascista del 1936 Rocco Baccari, classe 1928, riceve in dono un «sussidiario usato», ci tiene a chiarirlo, della terza elementare. Anche se frequenta ancora la seconda, Rocco lo legge ugualmente con avidità e con interesse: è un po’ tutto ad affascinarlo ma un tantino di più sono le misteriose vicende della preistoria.
Passano gli anni e arriva, ma passa anche, la Seconda guerra mondiale. Aquino è ridotta ad un cumulo di macerie e la via della ricostruzione si è iniziati appena a percorrerla. Sarà stato i1 1947 o forse il 1948. Rocco è ormai ventenne, o quasi. Il copione della vita gli ha riservato un piccone ed una pala ma lui non ne fa un dramma; il rimpianto, semmai, è per le scuole che per forza di cose ha dovuto «chiudere» alle elementari.
Con il padre Vincenzo e con il fratello Giuseppe lavora, infatti, in un’antica cava di pozzolana, altrimenti nota come «gliù cavarena», materiale molto richiesto per via della ricostruzione. Già di proprietà della famiglia Spezia e poi di Pasquale Pelagalli, la cava è sulla «rotabile per Pontecorvo», proprio al di sopra del lungo curvone che precede l’inizio di quella salita localmente nota come «la salita gliù sìneche», appena un centinaio di metri prima di sottopassare il viadotto sui Pantani della ferrovia per i treni ad alta velocità.
Il lavoro procede senza emozioni ma con molta fatica. Rocco affonda quasi meccanicamente il piccone nella sabbia. Di tanto in tanto, qualche parola con il padre e con il fratello.
Poi, arriva quel giorno. Un giorno come gli altri, lo stesso lavoro di sempre. A un certo punto, però, mentre scava con il solito piccone, Rocco ha la sensazione che l’impatto fra la lama e la sabbia è diverso dal solito. Meno «dolce» del solito.
Si chiede: «Ma cosa può esserci in quel banco di sabbia di diverso dalla sabbia?».
L’interrogativo merita una risposta, per cui riprende a scavare con molta delicatezza e con più attenzione. E la risposta non tarda ad arrivare.
Infatti, poco dopo, Rocco si ritrova fra le mani una pietra incrostata di sabbia che il piccone ha spezzato in due. Fosse stato un altro a trovarla, non ci avrebbe pensato su due volte e l’avrebbe gettata via. Rocco, invece, la pulisce alla meglio togliendovi la sabbia, la controlla con attenzione e mentre se la gira delicatamente tra le mani è già convinto che non si tratta di una comunissima pietra ma di una «strana» pietra, di una pietra non certo preziosa ma che un qualche valore deve averlo. Recupera anche l’altro pezzo, lo pulisce alla meglio e poi fa combaciare le due parti, laddove la lama del piccone aveva colpito: l’ipotesi di Rocco, ovvero quella sensazione che l’aveva sfiorato, è confermata.
Mentre le mani compiono queste azioni, la sua mente sfoglia a ritroso le pagine del tempo fino a quel sussidiario della Befana fascista dove di una pietra come questa c’era addirittura la fotografia: aveva fatto un tale effetto nella sua memoria infantile da non averla mai più dimenticata. Ora ha addirittura la fortuna di averne una eguale fra le mani e non sta più in sé per quella scoperta: sarà stata lunga sui venti centimetri ed un aspetto che si avvicina ad una grossa mandorla. Gli studiosi della materia la chiamano amigdala ed è, in sostanza, un’arma creata ed usata dagli uomini dell’età della pietra.
Ma Rocco non ha il tempo di fantasticare e per quanti sforzi faccia per spiegare che si tratta di una grossa scoperta, papà Vincenzo lo richiama alla realtà delle cose evidenziando seri dubbi sulle capacità mentali di quel figlio uscito pazzo per una pietra. Dubbi che, ovviamente, non ha difficoltà a manifestare in caratteristiche ed irripetibili espressioni dialettali.
A Rocco non resta altro che fare buon viso a cattivo gioco e riprendere a lavorare. Ma ora è diverso, consapevole com’è di trovarsi su un terreno che, in un certo senso, scotta. E scotta per davvero se gli capita, appena dopo, di trovare un dente di una ventina di centimetri di lunghezza ed un tantino ricurvo ed un osso lungo all’incirca un metro, che Rocco ritiene possa essere stata la tibia di un grosso animale.
E finalmente, un’altra amigdala. Stavolta, però, tutta intera e senza nemmeno un graffio.
Nonostante Vincenzo Baccari sia sempre più perplesso circa le capacità mentali del figlio, per Rocco quelle scoperte costituiscono argomento di conversazione con gli amici «più istruiti» ed un buon motivo per fantasticare.
Poi, per iniziativa dell’insegnante Vincenzo Pelagalli, la “pietra a mandorla” finisce col girare a scuola per esser fatta conoscere ai bambini. Finché, qualche tempo dopo, non viene segnalata ad Italo Biddittu - lo stesso studioso cui si deve la scoperta nelle campagne di Ceprano, il 13 marzo 1994, del cranio appartenuto al più antico cittadino italiano o addirittura europeo (si parla di oltre 700.000 anni) - che già allora si interessava alla storia e, soprattutto, alla preistoria del territorio, il quale provvede a darle la meritata risonanza.
Ho chiesto al prof. Biddittu quale significato attribuire all’amigdala scoperta casualmente da Rocco Baccari ed in quale epoca collocarla. Secondo l’illustre studioso, «il rinvenimento di manufatti bifacciali acheuleani nel territorio di Aquino testimonia ulteriormente la diffusione nel Lazio meridionale di un aspetto culturale che si sta rivelando di fondamentale importanza per la storia dell’uomo. L’amigdala di Aquino, ottenuta con tecnica di scheggiatura evoluta da un blocco o ciottolo di calcare, è riferibile al glaciale Riss; in termini di cronologia assoluta, si può indicare una età approssimativa di 250.000 anni».
- Ma al di là di questa specifica pietra, ho chiesto ancora ad Italo Biddittu, quali sono le più significative testimonianze pervenuteci da queste epoche lontanissime ed a quali di queste epoche, in particolare, esse si riferiscono?
- «Si tratta di manufatti in pietra scheggiata che erano prodotti dall’uomo preistorico per destinarli alla caccia degli animali selvatici. Alcune volte si rinvengono anche manufatti in osso ricavati dalle diafisi delle ossa lunghe dei mammiferi. Ad Aquino, nella località in cui era aperta la cava di pozzolana Pelagalli, sono stati rinvenuti alcuni bifacciali (amigdale) acheulane. »
- A taluni ‘resti preistorici’ trovati sotto l’abitato di Aquino nel 1927 viene attribuita un’origine «terramaricola», al pari di quelli scoperti l’anno precedente a Ceprano in contrada «Le Pantane» da Giovanni Colasanti. A che epoca possono farsi risalire e quale opinione si ha sulla loro origine?
- «L’attribuzione dei ritrovamenti preistorici ad una presunta cultura ‘terramaricola’ era un fatto diffuso nei primi decenni del secolo ed era una logica conseguenza dell’influenza esercitata da Luigi Pigorini e la sua scuola. Secondo il Pigorini la diffusione della civiltà in Italia era stata condizionata dall’espansione di elementi caratteristici dell’Europa centrale; questa convinzione spingeva i ricercatori a considerare come ‘terramaricoli’ gran parte dei reperti preistorici che venivano occasionalmente alla luce in varie parti d’Italia. È attualmente impossibile dare una definizione culturale e cronologica dei resti trovati a Ceprano e ad Aquino, poiché credo siano dispersi. Di notevole interesse, invece, è il ritrovamento di ceramiche preistoriche riferibili alla fine dell’età del rame che ho rinvenuto alcuni anni fa, sempre nelle vicinanze della cava Pelagalli. Si tratta di pochi frammenti di vasi alcuni dei quali decorati sulla superficie esterna da listelli di argilla applicati che trovano confronto con quelli del villaggio di Selva dei Muli a Frosinone. Dal punto di vista cronologico questi reperti possono essere datati intorno al 2000 a.C.»
- Dove sono conservati sia questi reperti che l’amigdala?
- «L’amigdala rinvenuta da Rocco Baccari è conservata presso il Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma; pochi altri bifacciali e le ceramiche della cava Pelagalli sono presso l’istituto Italiano di Paleontologia Umana, sempre a Roma.»
In effetti, però, almeno per quanto riguarda la pietra a mandorla, al museo Pigorini da tempo non se ne ha traccia alcuna. Quanto agli altri reperti segnalati dal prof. Biddittu, invece, sarà il caso di compiere analoga verifica presso la sede indicata. Anche perché, con il sempre maggior prestigio acquisito dal ‘Museo della città’ di Aquino, sarebbe il caso che certe testimonianze tornassero ai loro luoghi di origine.
A Rocco Baccari, con la soddisfazione che il suo nome venga citato sulle pubblicazioni scientifiche associato alla scoperta di una delle amigdale di Aquino, di una metà della «pietra a mandorla» è rimasto solo un calco in cemento che lui stesso, provvidenzialmente, realizzò prima di consegnare l’originale alla collettività.
Anni fa sono andato con Rocco alla cava. E mentre mi raccontava questa storia, ruspando con le mani nel terreno, ha tirato fuori un pugno di soffice sabbia, più soffice di quella del mare. Era la sabbia che custodiva l’amigdala, la stessa dove, forse, sono ancora custoditi chissà quanti e quali altri segreti del più remoto passato di Aquino e del territorio.

giovedì 1 giugno 2017

L’OMBRELLAIO di Paolo Secondini


Diversi anni fa, il vecchio Libero andava di casolare in casolare, per la vasta campagna aquinate, riparando ombrelli. Faceva assai bene il suo mestiere, secondo quanto gli aveva insegnato suo padre e grazie all’esperienza acquisita nel tempo.
Un giorno – si era in estate –, egli sedeva per terra, nel cortile assolato di una casa colonica, intento al proprio lavoro. A un tratto, fra il chiocciare delle galline che razzolavano attorno, si sentì chiamare per nome.
Alzò la testa e vide, alta e massiccia, la nota figura di don Alfredo, possidente terriero.
«Come va?» questi chiese, in piedi davanti all’ombrellaio, le mani intrecciate sulla pancia prominente.
«Salute a voi!» Libero disse, toccandosi col dito, in segno di rispetto, la floscia visiera del suo copricapo.
«E gli affari?! Come vanno gli affari?» domandò, incalzante, il ricco signore.
«Potrebbero certo andar meglio ma, tutto sommato, non mi lamento. Guadagno quel poco che basta a sfamare la mia famigliola…»
«…e a correre all’osteria,» lo prevenne l’altro con un sorrisetto beffardo. «Credi forse che io non lo sappia?»
«No, don Alfredo! Vi sbagliate! Sicuramente vi hanno informato male.»
«Ma davvero?!»
«Sarei un incosciente se sciupassi denaro in vino o futili cose. E io incosciente, vi assicuro, non lo sono, perché, ripeto, ho una famiglia da mantenere…»
«Sì, sì, la famiglia!»
«La mia famiglia, appunto! Voi, per la vostra, non vi togliereste il pane di bocca? Non fareste continuamente dei grossi sacrifici? Non rinuncereste ai vostri…»
«Ma guadagni davvero così poco?» lo interruppe il ricco signore, per evitare che l’ombrellaio andasse a parare chissà dove.
Il vecchio Libero, allora, smise momentaneamente di lavorare e si grattò, con fare distratto, tra l’ispida barba di una guancia.
«Che volete!» rispose. «Oggigiorno son tutti gran signori. Se hanno un ombrello appena malconcio lo buttano via, senza star lì a pensarci due volte. Giusto in campagna vi sono di quelli che invece lo dànno ad aggiustare, perché si sa: i contadini son tanto tirchi che un ombrello se lo fanno durare cent’anni
«E di questo ti vuoi lamentare?»
«Io lamentarmi?! Nossignore!» rispose l’altro crollando il capo. «Dico anzi: sia benedetta l’avarizia dei contadini, senza la quale morremmo di fame, la mia famiglia e io.»
Don Alfredo rise, forse credendo che l’ombrellaio avesse pronunciato chissà che facezia. Dopo di che, senza salutare, voltò le spalle e andò via.
Libero stette a osservarlo per un po’, quindi emise un breve sospiro; infine, sollevando appena le spalle, riprese il lavoro.

lunedì 29 maggio 2017

C’ERA UNA VOLTA LA SERENATA di Camillo Marino

Molto raramente, oggi, si fa ricorso alla serenata per trasmettere un messaggio d’amore, un sentimento affettuoso alla persona cara, oppure per fare omaggio a qualcuno in occasione di un evento o in momenti particolari: la nascita di un bambino, il conseguimento di un titolo di studio, un risultato brillante alla prova di un concorso, la vigilia delle nozze ecc.
Gli esempi si potrebbero allungare.
Una cosa è certa: rispetto a qualche decennio fa la serenata, assieme a tanti altri aspetti di costume, è oggi scarsamente praticata.
Chi, dai nostri antenati, non ha sentito raccontare di serenate appassionate dedicate al chiarore lunare alla persona amata?
Non di rado accadeva ricevere sulla testa abbondanti annaffiate di “liquido” non sempre potabile, che veniva scaricato sul “concertino” da qualche vicino seccato per il disturbo subito nell’ascoltare le serenate, per quanto eseguite con grande impegno e foga.
In passato la serenata era una cosa molto seria, veniva fatta di frequente con la speranza di giungere a segno, di mettere a frutto l’esibizione, di ricevere non soltanto consensi, ma anche di fare breccia nei sentimenti della persona desiderata.
È anacronistico pensare, al di fuori di un revival soltanto, che la serenata possa tornare ad essere il mezzo più efficace per promuovere una relazione amorosa. Gli oggetti, le cose che non si usano più hanno avuto lo stesso destino dei fatti di costume del passato: sono stati travolti dalla civiltà del consumo e del benessere.
Occorre una inversione di tendenza, l’esigenza, il tangibile piacere di riscoprire cose, costumanze, modi di essere di una volta, patrimonio prezioso per la nostra cultura.

venerdì 26 maggio 2017

5 LIRE di Peppe Murro

 
Era il tempo in cui Berta filava, o giù di lì: Aquino finiva “agli stracciun” e “le pentime” era un luogo proibito.
C’eravamo solo noi, soprattutto “quelli delle case popolari” e “quelli della piazza”, figli del dopoguerra e della fatica di ricostruire. Torme di ragazzini urlanti, padroni del paese, che si scontravano e se le davano, giocando a “indiani e cowboys”, quasi in un’edizione paesana de “i ragazzi della via Paal”.
Scoprivamo piano il paese, come un’angusta prigione, fra il campo sportivo in terra rossa, dove Giggione era sempre pronto a urlare se ci si nascondeva tra le spighe di grano, e lo scivolo della calce idrata, che ti faceva provare l’ebrezza del proibito e della velocità quando si saltava da un muretto su pezzi improvvisati di cartone scivolando giù per il pendio, giocandosi il cartone e spesso anche il fondo dei pantaloni.
Ma il nostro vero regno era la piazza; e prima che don Pasquale ci sorprendesse tutti col suo alzarsi la tonaca e mettersi a giocare a pallone con noi sullo spiazzo della chiesa, accanto al monumento ai caduti con la sua memorie di ruggine della guerra, incagliata su quattro resti di bombe, il nostro gioco era il “giro di Francia”, gare interminabili fatte sui gradini della chiesa spingendo dei tappi di birra o di gassosa, i testareglie, con tiri prolungati facendoli con destrezza saltare da un gradino all’altro sino all’arrivo.
Il vero gioco, però, erano le interminabili e accanite partite di calcio giocate sulle panchine di marmo dove qualcuno aveva segnato, con matite o gesso trafugato a scuola, un vero campo di calcio, con tanto di porta, centro ed area di rigore: si trattava di fare goal lanciando con destrezza un testareglie nella porta avversaria.
Inutile dire delle lunghe contestazioni quando cadeva di lato ed era fallo laterale o qualcuno barava spostandosi in una migliore posizione: si litigava per un goal non assegnato o una punizione non data, si lanciavano i tappi sapientemente sagomati dal centro alla porta avversaria o tentando talvolta tiri arditi da porta a porta che quasi immancabilmente facevano volare i tappi giù dalla panchina; e alle rimesse in campo erano altre litigate. Ed alla fine era quasi sempre la “Juve” a vincere.
Quel giorno fu speciale.
Io e diversi altri sconfitti assistevamo, spettatori e controllori al tempo stesso, alla finale del “campionato del mondo” fra Umberto Bebbè e Giampaolo Schizzett. Era una partita tanto importante che c’erano tutti, quelli delle Crucela, quelli della Piazza e di Via della libertà, persino quelli delle Pentime: vinceva chi arrivava primo a fare 6 goal, chissà perché… e si era su un importante 5 a 4.
 Bebbè si preparava a tirare da un provvidenziale fallo laterale nella metà campo di Schizzett: se segnava aveva vinto.
Si fece silenzio, Bebbè preparò il dito indice per il tiro, guardò bene la porta avversaria e “Scusate, se vi interrompo, c’è tra voi ragazzi qualcuno che vuole aiutarmi a portare a casa le valigie?” Era un carabiniere grande e grosso, con la fronte sudaticcia sotto la visiera e tutto abbottonato nella divisa. “Se qualcuno mi aiuta gli do 5 lire”.
5 lire… non bastavano neppure per un gelato piccolo: facemmo finta di non sentire, tutti a testa bassa, fintamente interessati alla partita. “Allora? Non c’è nessuno?” ripeté sudato il carabiniere.
Vengo io” si sentì da un angolo.
Chissà perché ci girammo tutti, Bebbè si alzò dritto e quasi si mise a ridere: aveva parlato Peppin Gliu mup, un ragazzo delle pentime, tanto minuto e mingherlino che a spingerlo volava via e che prendevamo sempre in giro dicendogli “te si misse le pret ‘nsaccoccia?
Vengo io” e si avvicinò al carabiniere.
Quello lo guardò e, soppesandolo, gli indicò una valigia visibilmente più piccola di altre. “Va bene, porta quella”.
Non so perché stavamo tutti a guardare, forse per vedere come andava a finire, magari pronti all’immancabile sfottò.
Il milite si caricò una valigia per mano e una borsa sotto le ascelle e disse: ”Andiamo
Vedemmo Gliu mup afferrare la maniglia della valigia con una mano, poi con tutt’e due, stringendo i denti per sollevarla.
Provò una volta, due: la valigia sembrava incollata per terra. Provò pure ad abbracciarla, ma niente, la valigia non si muoveva. Qualcuno di noi ridacchiava sommessamente.
Il carabiniere si voltò, guardò Peppino che lo guardava smarrito; poi guardò noi: “Va bene, fa niente, le 5 lire te le do lo stesso”. Mise la mano in tasca, gli consegnò la moneta e con un movimento da ginnasta riuscì a mettersi la valigia sotto l’ascella libera. Lo vedemmo allontanarsi sbuffando un po’ sotto il sole di quel luglio arroventato.
Molti occhi erano fissi su Peppino Gliu mup, lo vedevamo stringere in mano quella moneta con un’espressione indescrivibile che allora non capimmo. Qualcuno già si preparava a prenderlo in giro… “neppure un gelato da dieci ci usciva, al massimo una girella di liquirizia”.
Finché il più feroce tra noi, o forse il più disincantato, sbottò con un “nèh, e che ce fai mo’ cu tutt ‘sti sold?
Serio, serrando sulla mano quel tesoro, “glie port a mama, ca ce fa la spesa” rispose Peppino Gliu mup. E andò via verso le Pentime
Per la sorpresa, forse, o per un inaspettato senso di colpa, a nessuno di noi interessò più la finale del campionato.
La partita la ripetemmo il giorno dopo.
Vinse Schizzett.  

martedì 23 maggio 2017

VITA IPOTETICA NEL PALAZZO COMITALE DI AQUINO di Paolo Secondini

Nel XIII secolo, ad Aquino, nel sontuoso palazzo comitale, situato entro le mura del castello, doveva condursi un’esistenza piacevole, dal momento che i conti d’Aquino costituivano una famiglia ricca e potente che, probabilmente, non disdegnava agi né lusso, simboli anch’essi di magnificenza.
C’è da supporre pertanto che nel suddetto palazzo, quando la mente del signore era sgombra da assilli dovuti a questioni economiche, giuridiche, amministrative o a seri problemi militari, i giorni si susseguissero in modo assai lieto.  
Spesso la nobiltà si dava convegno alle feste che il castellano organizzava, con magnanimità, per ricorrenze speciali o in occasione di matrimoni, nascite e battesimi; feste che si svolgevano solitamente in ampie sale, alle cui pareti pendevano arazzi e tende di seta o di velluto.
Quelle feste erano caratterizzate da danze al suono di flauti, ghironde, vielle, tamburi, come anche da lauti banchetti allietati, quest’ultimi, dai lazzi di buffoni, dai giochi di acrobati e prestigiatori.
In questa atmosfera di spensierata allegria, gli occhi dei cavalieri erano attratti dalla sublime bellezza delle dame, splendide nei loro vestiti intessuti di fili d’oro e d’argento, tempestati di rubini e, talvolta, guarniti con pellicce di lontra o di ermellino.
Di carnagione bianchissima, ottenuta mediante una mistura di biacca, miele e polvere di piombo (che a lungo andare, però, deturpava irrimediabilmente la pelle), le dame avevano lunghi capelli raccolti sulla nuca o in crocchia sul capo e avvolti in veli o in reti colorate; la fronte adorna di un ricco diadema e il collo cinto di una collana di perle o di smeraldi.
Per far breccia nel cuore della dama, il cavaliere metteva in atto studiati stratagemmi, come quello di umiliarsi, genuflettersi, giurare fedeltà assoluta, offrire con spirito d’abnegazione i propri servigi, la propria vita, dichiararsi, oltreché servitore, prigioniero di lei. Se la dama cedeva alle lusinghe del suo corteggiatore ne diventava, a sua volta, prigioniera, dando inizio così a un vero e proprio rapporto di vassallaggio (lo stesso che, in sostanza, esisteva tra feudatario e signore), che la impegnava a rendere al cavaliere tutto ciò che da lui riceveva: erano queste le norme galanti, inderogabili dell’amor cortese.
Per le dame i menestrelli, con indosso cappello – spesso piumato – e indumenti sgargianti, intonavano dolci canzoni melodiche, accompagnandosi con il salterio o il liuto; per esse i trovatori declamavano sonetti e madrigali traboccanti d’amore.
Ci piace immaginare che anche il fratello di Tommaso d’Aquino, Rinaldo (ammesso si tratti, come parrebbe, dello stesso Rinaldo d’Aquino che fu falconiere e poeta alla corte di Federico II), in visita o soggiornando per qualche tempo nel palazzo comitale aquinate, vi abbia recitato con enfasi i propri versi che, pervasi in assoluto di una soave bellezza, suscitarono ammirazione in Dante Alighieri.