lunedì 17 luglio 2017

BUONA ESTATE!

Per il solo periodo estivo, Cronache Aquinati sospende le sue pubblicazioni, che riprenderanno agli inizi di settembre 2017.
Intanto rivolgiamo un cordiale ringraziamento a tutti gli affezionati lettori e collaboratori del blog.
Invitiamo gli interessati a inviarci, nel frattempo, i loro scritti, in modo da averli pronti per la “ripartenza” di Cronache Aquinati.
BUONA ESTATE

venerdì 14 luglio 2017

LA MIA SCUOLA ELEMENTARE di Camillo Marino

La sede delle scuole elementari, all’inizio degli anni Cinquanta (XX secolo), era situata in un edificio dell’ICIAP. Per la generazione di scolari della mia età si poteva ritenere buona fortuna “vivere” l’anno scolastico in una casa popolare. Le pubbliche autorità, alle prese con la difficile opera di ricostruzione del dopoguerra, cercavano di risolvere, come potevano, gli innumerevoli e gravosi problemi della gente. Frequentavo la scuola elementare ubicata nel centro storico, nella via principale del paese.  Oggi quell’edificio è ancora lì occupato da alcune famiglie. Molti ricordi sono ancora bene impressi nella mia mente: il primo maestro, la prima bacchettata, il primo rimprovero, l’apprensione dei miei genitori per la mia irrequietezza.
Vedo gli scolari di oggi frequentare l’attuale edificio delle scuole elementari, costruito in modo razionale, concepito a ricevere una numerosa popolazione scolastica e, soprattutto, al passo coi tempi, munito di riscaldamento centralizzato, aule ampie e luminose, servizi igienici adeguati, moderna palestra, spazioso cortile.
La “nostra” scuola non era dotata di tali servizi. Aule strette ospitavano classi con un numero elevato di alunni. Il riscaldamento consisteva in un piccolo braciere o in una modesta stufa a legna, non certo sufficienti a soddisfare le nostre esigenze.
Un ricordo molto vivo nella mia memoria è quello relativo ai momenti che trascorrevamo al mattino prima dell’inizio delle lezioni. Ci radunavamo nel piccolo cortile della scuola e praticavamo un gioco, la guerra francese, che gli scolari di oggi nemmeno conoscono. Due squadre formate da alcuni elementi si fronteggiavano in una sfida che consisteva nel rincorrersi e nel non cadere prigionieri degli avversari, godendo della difesa dei componenti della propria squadra.
Altri giochi molto praticati erano quelli con le palline di vetro o quello delle figurine dei calciatori, miti di allora: Ghiggia, Schiaffino, Boniperti, Nhordall, e fra i ciclisti: Coppi, Bartali, Magni, Koblet, Bobet. Il gioco con vere monete, detto della “reta”, raramente veniva praticato in ambito scolastico…
Oggi tutto è cambiato. I giovani entrano nei bar per dare vita ad una partita elettronica con i video games in linea coi tempi che viviamo.

 
 

domenica 9 luglio 2017

TERSITE di Peppe Murro

Il campo dei Greci a Troia è un paese.
Ci sono i potenti, ricchi di prede e di sangue, grassi tronfi e arroganti come chiunque abbia il potere e goda della sopraffazione… stanno lì, seduti in attesa dell’ossequio e dell’inchino, pronti alla derisione ed allo sfregio, sempre inclini a colpire e ferire. Conoscono bene la natura umana e col bastone governano il gregge.
Poi ci sono gli affamati, quelli che sognano di essere eroi e di arrivare al cielo della gloria o più semplicemente di sostituire i potenti… si inebriano di battaglie e di vittorie, poco importa di quante morti sia disseminata la loro carriera, su quanti cadaveri di amici o nemici debbano passare. Vogliono il potere e quest’ansia è il loro vero e unico blasone, la sola ragione della vita.
Ci sono, infine, quelli che non contano, docile umanità a disposizione del consumo degli altri, pronti a servire o a farsi macellare da guerra e fatiche… purché il padrone di turno getti loro ogni tanto un avanzo, finga un mezzo favore, accenni la promozione di un mezzo sorriso.
Ma la figura più alta e più rappresentativa resta sempre lui: Tersite, vero Greco tra i Greci, immagine fulgida di ogni loro vizio. Sempre disponibile all’ossequio fino a prostrarsi, purché si veda che è in compagnia di chi conta, si esibisce in oracoli e dotte citazioni ripetendo Nestore e Calcante, sperando di superarli; vile impareggiabile che si nasconde in ogni battaglia pur avendo ricchezza di consigli per ogni guerriero e pronto ad attribuirsi, ma con modestia, ogni vittoria; consolatore partecipe di ogni pena, soprattutto con ancelle e nipoti sopra il loro vuoto talamo.
È ricco di parole, il buon Tersite, da quelle sussurrate alle fanciulle abbandonate a quelle declamate nei consessi ad esaltazione dei suoi protettori, sempre pronto a mostrarsi, sempre pronto a defilarsi. Ha il coraggio della viltà e l’ipocrisia delle anime feroci: prodigo come nessuno ad insinuare e consigliare, e sempre pronto a celarsi nell’ombra. Come dice il poeta, ha l’anima deforme come il corpo, è la mano che spinge la mano col pugnale, sempre nascosta, sempre innocente e nobile davanti al pubblico. Questo teatrante…
Un colpo di tosse spezzò la voce rauca, mentre le dita si allargavano facendo cadere il mozzicone dell’eterna sigaretta. Come se si accorgesse solo ora di aver parlato troppo fece un largo respiro:
Sì, il paese è come il campo dei Greci a Troia. Il paese, questo paese.
Un altro colpo di tosse, più violento.
Ci guardò col suo mezzo sorriso intriso di ironia e di una distaccata rassegnazione.
Io guardavo le sue dita con le unghie abbrunite dal fumo e mi chiedevo quanto doveva conoscere la vita e le persone per essere così disincantato e amaro.
Beh, uagliù, mo’ iatevenne che ho da fare… si accomodò sulla sedia, accavallò le gambe e chiuse gli occhi di fronte all’ultimo sole.
“Ciao, Mimì… ciao maestro Mimì…”  

mercoledì 5 luglio 2017

SAN TOMMASO ALLA CORTE DI LUIGI IX di Tommaso di Brango

L’ambasciatore dei veneziani faceva un rumore d’inferno. Affondava debolmente il cucchiaio di legno nel piatto di minestra e, dopo averlo portato alla bocca, iniziava a succhiare l’acqua calda come se dovesse assaggiare un chicco per volta. Sembrava il cigolio che fanno le ruote dei carri quando non vengono cambiate per troppo tempo.
Il principe ereditario lo guardava con un certo disgusto e si rivolgeva al padre parlandogli all’orecchio e mettendo le mani davanti alla bocca. Nessuno di noi seppe mai cosa gli stesse dicendo, ma il fatto che il Re rispondesse stringendo le spalle e abbassando leggermente il mento verso destra ci fa capire che, con tutta probabilità, non si doveva trattare di giudizi lusinghieri. Alla sua sinistra c’erano il rettore dell’Università di Parigi e alcuni professori che parlottavano tra loro, forse per coprire il suono prodotto dall’ambasciatore.
Gettai uno sguardo alle mura della stanza e pensai che mi aspettavo maggior sfarzo nella dimora del Re di Francia. Certo, ci trovavamo in un castello: ma qualche ornamento alle finestre avrebbe pure potuto mettercelo Re Luigi! E anche il tavolo poteva non essere semplicemente un lungo pezzo di legno con un panno disteso sopra!
D’un tratto la porta del salone si aprì ed entrarono le maestranze per portare il secondo piatto. Non sapevano che l’ambasciatore doveva ancora finire di degustare i chicchi della minestra. Prima che chiunque tra loro potesse parlare, però, si udì un tonfo all’interno della stanza.
Il tutto durò un solo istante, ma nella mia memoria appare dilatato, come se il tempo si fosse improvvisamente bloccato. Fu un rumore netto, come un bove che cade su un asse di legno e lo travolge. L’ambasciatore si sporcò con la minestra, il Re e suo figlio rivolsero lo sguardo alla loro destra, il rettore e i professori parvero aver accumulato in faccia tutto il sangue che avevano in corpo.
«È chiaro! Ma che dico: è chiarissimo!» fece frate Tommaso con il pugno ancora sul tavolo e incurante dello sguardo altrui. Poi si voltò verso sinistra e, rendendosi conto dell’accaduto, serrò le labbra e abbassò lo sguardo. Il rettore, che lo guardava carico d’odio e imbarazzo, si rivolse al Re con le sopracciglia appena inarcate, come chi sta per chiedere scusa.
Luigi IX però era uomo di grande intelligenza e santità e lo fermò toccandogli l’avambraccio con la mano destra. Dopodiché si alzò e, sotto lo sguardo interrogativo di tutti, andò a sedersi accanto a Tommaso che rimaneva con gli occhi fissi al piatto di minestra.
«Ditemi, su cosa riflettevate?»
«Sulla dottrina manichea Sire. Forse ho trovato il modo di confutarla e mi sono fatto prendere dall’entusiasmo. Perdonatemi.»
Il Re fece un sorriso con la parte destra della bocca. «Perdonatemi voi, Tommaso, se non vi ho messo a disposizione un ambiente adeguatamente silenzioso e accogliente. Comunque ditemi: in cosa cede la dottrina manichea a vostro avviso?».
Trascorsero il resto della serata a discorrere di simili questioni.

venerdì 30 giugno 2017

DON BATTISTA COLAFRANCESCO: UNA VITA DEDICATA AD AQUINO (A quindici anni dalla sua scomparsa) di Gianni Dorefice

Originario di Rocca d’Arce, dove nacque il 24 gennaio del 1911, iniziò i suoi studi primari nel seminario diocesano  di Aquino, in cui tornò a 22 anni nel 1933  per essere ordinato sacerdote e nel contempo assunse il ruolo di rettore dello stesso seminario.
Negli anni Trenta fondò una filodrammatica “ Religione e Patria”, la Schola Cantorum “ S. Caecilia”  e, soprattutto, l’Azione Cattolica, che in quegli anni difficili esercitava un ruolo educativo e politico di primo piano!
Scoppiata la II guerra mondiale, assistette alla distruzione pressoché totale del suo amato paese, così dal giugno del 1944 cominciò la sua opera di ricostruzione morale, civile e religiosa.
Nel 1947 si laureò in Lettere all’Università di Roma e fu nominato arciprete della Cattedrale di Aquino.  Come sede della Cattedrale, a causa della distruzione della chiesa del ‘700 situata in piazza, dove ora si erge il monumento alla Madonna, fu utilizzata la Chiesa della Madonna della Libera (sec. XII).
Nel 1950 fu ricostruito il seminario diocesano che ospitò prima la scuola elementare e poi divenne la sede della scuola media!  Nel salone ricavato al pianterreno dell’edificio don Battista ebbe la lungimirante idea di realizzare una sala cinematografica (una delle prime nel nostro territorio); fu questa per la popolazione, ma soprattutto per noi giovani, un luogo di svago, ma anche una finestra culturale aperta sul mondo, per altri versi a noi sconosciuto!
Negli anni  Cinquanta - Sessanta  si dedicò alla ricostruzione della Cattedrale che volle nello spazio antistante la cosiddetta Piazza Pelagalli, precedentemente adibito a campo boario.  La nuova chiesa, dedicata a S. Costanzo e S. Tommaso d’Aquino, (progettata dall’arch.  Giuseppe Breccia-Fratadocchi, lo stesso che aveva lavorato alla ricostruzione della Basilica di Montecassino), fu inaugurata con grandi festeggiamenti nel 1963.
Nel frattempo realizzò un asilo infantile, tuttora attivo, e una sala cinematografica “Sala Giovenale” che ospitò negli anni moltissime celebrazioni ed attività culturali, tra le quali emerse il Premio San Tommaso che nel 1992 vide la partecipazione del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.
La sua azione instancabile e, potrei dire, tutta la sua tenacia  la dimostrò nella preparazione del VII Centenario della morte di S. Tommaso d’Aquino. Si partì nel 1969 con la fondazione del periodico mensile “La Voce di Aquino”, giornale quasi interamente finanziato direttamente da Don Battista di cui fu il direttore.  La Voce fu per tanti giovani aquinati, compreso il sottoscritto, una palestra culturale che vide coinvolti molti intellettuali del territorio e non solo!
L’apice delle celebrazioni si ebbe nel 1974  con l’inaugurazione del monumento a S. Tommaso, opera del Biancini, fortemente valorizzato il 14 settembre in occasione della  visita di Papa Paolo VI!
Don Battista si è dedicato nel corso degli anni alla pubblicazione di diversi libri di cui ricordiamo: Il Sole di Aquino, l’Aquinate,  Aquino cinquant’anni (1933-1993) , La Chiesa della Madonna della Libera.
Ha concluso la sua esistenza terrena presso l’ospedale di Cassino il Primo luglio 2002, ma continua a vivere nella testimonianza delle sue opere e nella memoria di tutti gli Aquinati che hanno avuto il dono di conoscerlo!

martedì 27 giugno 2017

TOMMASO E MARGHERITA di Costantino Jadecola

C’è uno dei d’Aquino, Tommaso, conte di Acerra, omonimo di colui il quale sarebbe poi diventato “il più santo fra i dotti, il più dotto fra i santi”, altrimenti noto come l’Aquinate, il quale, nel contesto dell’espansione dei possedimenti di famiglia fino in Puglia convolò a giuste nozze con una nobile di nome Margherita il cui casato prendeva il titolo da Ugento.
Questo collegamento fra Aquino ed Ugento, emerso all’incirca quattro anni or sono, quando mons. Gerardo Antonazzo, già vicario di quella di Ugento-Santa Maria di Leuca, prese possesso della nostra diocesi, al di là dell’aspetto prettamente religioso costituì l’occasione per mettere in evidenza antichi e poco conosciuti legami fra due realtà territoriali che, seppur distanti tra loro in termini di spazio, hanno tuttavia un comun denominatore nell’antica e potente famiglia che da Aquino prende il nome e che ebbe un ruolo significativo nell’Italia centro meridionale al tempo in cui essa fu in auge.
Emerge, in questo contesto, la figura di Ottolina, la famosa prozia di San Tommaso che, tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo, insieme a Maria dell’Isola, avrebbe voluto la costruzione ad Aquino della chiesa dedicata alla Madonna della Libera.
Ma perché? Perché proprio Ottolina, o Oddolina, come scrive qualcuno, sarebbe la madre del nostro Tommaso, conte di Acerra, il quale, oltretutto, e sarebbe un altro motivo di cui andare orgogliosi, a detta di padre Angelo Walz o.p. (Luoghi di San Tommaso, p. 24), potrebbe essere stato addirittura il padrino del futuro Santo dal momento che, quando l’Aquinate venne battezzato, pare fosse “l’esponente maggiore dei d’Aquino d’allora”.
Districarsi nel ginepraio di nomi che costituiscono l’albero genealogico della famiglia dei conti Aquinati è impresa non facile. Possiamo tuttavia affermare che il Tommaso cui ci riferiamo era figlio, oltre che della già ricordata Ottolina, di uno dei tanti Adenolfo, per l’esattezza Adenolfo “de Albeto” (Alvito), ed era dunque nipote di Landolfo, anche lui “de Albeto”, che tenne dapprima in servitio i feudi di Alvito, Campoli Appennino e la quarta parte di Aquino e fu poi feudatario in capite dei feudi di Settefrati e dell’ottava parte di Aquino.
Nato presumibilmente intorno al 1185, Tommaso conte di Acerra fu una figura di rilievo dell’entourage di Federico II di Svevia con il quale era entrato in contatto sin dal 18 marzo 1212 quando lo aveva accolto a Gaeta durante il viaggio del giovane Hohenstaufen  verso la Germania.
Diversi anni dopo, in occasione dell’incoronazione romana di Federico, il 22 novembre 1220, Tommaso venne investito della contea di Acerra, che era già appartenuta alla sua famiglia, nonché dei feudi di Montella e di Nusco; quindi, il 1o gennaio 1221 subentra a Landolfo “de Albeto” nella carica di capitano e maestro giustiziere di Terra di Lavoro e di “Apulia”: l’occasione, se si vuole, per incontrare Margherita e farla sua sposa. Sempre piuttosto vicino all’imperatore, fu fra coloro che condussero le trattative culminate con la cosiddetta pace di San Germano (20 luglio 1230, secondo alcune fonti, 23 luglio 1230, secondo altre) fra Federico II di Svevia e papa Gregorio IX, pace poi poi perfezionata a Ceprano il successivo 28 agosto, con lo scioglimento di Federico II dalla scomunica.
Quanto al matrimonio fra Tommaso, che fra l’altro fu anche Capitano Generale del Regno di Sicilia, e Margherita, però, non tutti sono convinti che le cose siano andate proprio così come le si è raccontate.
Padre Angelo Walz, ad esempio, ritiene che a prendere in sposa Margherita sarebbe stato non Tommaso I ma un suo nipote, pure lui chiamato Tommaso (II). E la stessa cosa scrive Agostino Toso (Thomas de Aquino, p. 24).
Di diversa opinione, e dunque in linea con l’ipotesi più accreditata, cioè quella secondo la quale fu Tommaso I a prendere in moglie “Margherita di Ogento” sono il prof. Francesco Scandone (Per la controversia sul luogo di nascita di S. Tommaso d’Aquino, p. 28) ed il prof. Errico Cuozzo autore di una biografia di Tommaso I per l’Enciclopedia fridericiana, un’opera tematica interamente incentrata sulla figura e la vicenda storica di Federico II di Svevia e del suo ambiente, edita dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
Comunque siano andate le cose, sembra non ci siano dubbi sul fatto che un matrimonio ci sia stato fra un signore della stirpe dei d’Aquino ed una nobildonna di Ugento la quale, aspetto non di secondaria importanza, sarebbe stata la figlia naturale di Federico II e dunque sorella di re Manfredi.
Prendendo comunque per buona l’ipotesi dell’unione fra Tommaso I conte di Acerra e Margherita, è doveroso precisare che dalla coppia nacquero almeno tre figli: Adenolfo III, capitano generale delle truppe imperiali in Lombardia, che prese in moglie Gubitosa di Laurito (contessa di Loreto), Landolfo, che possedeva feudi in Terra d’Otranto e Gubitosa che si fece monaca.
Tommaso, conte di Acerra, morì il 27 febbraio 1251.

venerdì 23 giugno 2017

IL PITTORE DEI RICORDI di Paolo Secondini

Sebbene passino gli anni e il tempo distenda un velo di oblio sui vari momenti della nostra vita, resta nitido nella memoria almeno un evento, o una persona, di cui serberemo un ricordo indelebile, come qualcosa di sempre presente ai nostri occhi.
Io, per esempio, ho ancora viva dentro di me la figura di mio nonno, che ebbi modo di amare e di apprezzare nella mia adolescenza.
Era alto, magro, gentile nell’aspetto e nobile nel portamento. Lo rivedo, come mi fosse davanti, seduto in giardino, d’estate, all’ombra dei glicini odorosi; lo rivedo nella sua posizione abituale: immobile, le braccia conserte, la testa china sul petto, lo sguardo fisso in un punto indefinito.   A volte, avvicinandomi a lui, domandavo:
«Nonno, a che pensi?»
Quasi sempre non mi rispondeva; si limitava a guardarmi con lieve sorriso. Poi, incurante della mia presenza, tornava a fissare un punto impreciso nel giardino, come a riprendere un’attività dalla quale era stato interrotto.
Chissà che ricordi, in quell’istante, ne attraversavano la mente!
Di sicuro non brutti, se a tratti ammiccava coi piccoli occhi castani come gioisse interiormente: forse ricordi di luoghi, persone ed esperienze vissute in lunghi ottant’anni.
Ma più ancora rivedo mio nonno nella sua stanza, seduto vicino alla finestra, dinanzi a un cavalletto improvvisato: una sedia di paglia con sopra una tela o un piccolo foglio di compensato. Egli aveva una grande passione per la pittura.
Io non so chi gli avesse insegnato quell’arte, forse nessuno, come nessuno l’ha insegnata a me, avendola appresa naturalmente, osservando mio nonno dipingere con dedizione.
Ricordo che accoccolato ai piedi del vecchio restavo, tutto il tempo in cui pitturava, ad ammirar le persone, gli animali, gli alberi, i cieli che scaturivano, come per incanto, dal suo pennello. Seguivo col fiato sospeso i lenti movimenti della sua mano, mentre indugiava su un petalo, un labbro, una ciocca di capelli, un sopracciglio, che a poco a poco acquistavano corpo, delineandosi, in una calda vivezza di luce, in una ricca gradazione di tinte pastose e trasparenti.
Posso affermare, senza ombra di dubbio, che quelle persone, quegli animali, quegli alberi, quei cieli erano espressi con stile realistico, assai caro a molti pittori che ancora ritengono l’arte imitazione o, per dirla con Sciltian, “illusione della realtà”.
Mi stupisce come mio nonno raffigurasse in modo davvero impeccabile – senza sproporzioni nelle forme, né incertezze nell’uso dei colori – contadini, vecchie, pastori, animali, non avendo davanti alcun modello, alcuna immagine cui ispirarsi.
Da dove gli veniva quella maestria, quella grande armonia delle linee, quella perfetta fusione di luci e ombre, quella soave morbidezza di colori?
Io credo di saperlo.
Gli veniva non già dalla sua fantasia, per quanto fervida e calda, ma dall’aderenza a un mondo reale: mondo puro e sereno, popolato di cose e uomini vivi, sebbene di un tempo scomparso.